A cura di Martina Riminucci.
Prima o poi succede a tutti: arriva quel momento in cui bisogna scegliere. Meglio puntare su una strada solida e rassicurante o seguire le proprie passioni?
Più si avvicina la scelta della facoltà a cui iscriversi, più il dubbio diventa concreto: si ha la sensazione che da quella decisione dipenda buona parte del futuro. Da un lato ci sono i percorsi considerati più sicuri, quelli che promettono sbocchi lavorativi immediati; dall’altro le proprie inclinazioni, tanto più autentiche quanto più incerte.
Ma se il problema fosse proprio nella domanda? Forse non si tratta di scegliere tra due estremi, ma di capire se esista un compromesso: uno spazio in cui mercato e vocazione possano dialogare, dove la passione non venga sacrificata in nome della sicurezza, ma nemmeno relegata a un hobby marginale.
È qui che entrano in gioco le attività universitarie “extra”, spesso considerate secondarie rispetto a corsi ed esami, ma in realtà molto promettenti. Non di rado, difatti, queste iniziative vengono percepite come una distrazione, qualcosa che sottrae tempo allo studio. È un timore comprensibile, soprattutto in un contesto in cui la pressione ad essere produttivi è sempre più ingerente. Eppure, la partecipazione a tali attività non dovrebbe essere percepita come tempo perso, ma più come tempo investito: un’occasione per sviluppare competenze trasversali che difficilmente trovano spazio nei percorsi accademici.
Quasi tutte le università ne offrono molte, per lo più gratuite e aperte a tutti: ce n’è davvero per tutti i gusti. Sono contesti in cui lo studente può mettersi in gioco senza abbandonare le proprie passioni e, soprattutto, iniziare a costruire un ponte con ciò che desidera diventare. Le possibilità sono numerose: dalle associazioni studentesche ai gruppi teatrali, dai laboratori di scrittura e giornalismo alle radio universitarie, fino ai team sportivi, ai progetti di volontariato ed ai gruppi di ricerca.
Tra tutte queste realtà, ce n’è una che negli ultimi anni sta attirando sempre più studenti e che rappresenta particolarmente bene questo equilibrio tra passione e spendibilità: le squadre corse universitarie. Si tratta di gruppi di studenti che collaborano per progettare e costruire da zero un’auto da competizione, con l’obiettivo di partecipare a gare internazionali.
A prima vista può sembrare un’attività riservata esclusivamente a chi proviene dalle facoltà STEM, ma in realtà è molto di più. Difatti, nella maggior parte dei casi, questi team funzionano come vere e proprie aziende e sono organizzati in diversi settori: da quelli ingegneristici a quelli economici e creativi.
È chiaro che, per entrare nei reparti più tecnici, servono competenze specifiche ed un percorso di studi coerente. Tuttavia, come raccontano gli stessi membri, è proprio in questi contesti che la teoria prende forma: si sperimenta, si sbaglia, si impara davvero, mettendo in pratica formule e teoremi appresi a lezione. Allo stesso tempo, ambiti come il marketing o la comunicazione permettono di coinvolgere studenti provenienti dai percorsi più diversi, anche apparentemente lontani dal mondo delle corse, ma accomunati da una stessa passione.
Chi entra in una squadra corse lo fa spesso per curiosità o entusiasmo, ma ne esce con un bagaglio di competenze che il mercato del lavoro riconosce e valorizza. Non si tratta solo di mettere in pratica conoscenze tecniche, ma anche di sviluppare capacità organizzative, lavorare in gruppo, gestire scadenze ed assumersi responsabilità reali. È un’esperienza molto vicina a quella professionale, pur rimanendo all’interno dell’università, e proprio per questo rappresenta un punto di incontro tra vocazione e spendibilità.
Come anticipato, la partecipazione a iniziative di questo tipo può rivelarsi molto promettente. Acquisire nuove competenze al di fuori del proprio percorso accademico e applicare concretamente quelle apprese dai corsi universitari consente di presentarsi sul mercato del lavoro in una posizione di vantaggio, forti di un’esperienza simile a quella aziendale. Ciò lo dimostrano i dati dell’E-Team Squadra Corse di Pisa: nella stagione 2024-2025, nove studenti sono entrati in Lamborghini, sei in Ferrari ed altri hanno trovato spazio in realtà come Dallara, AlphaTauri e Maserati.
Tutto questo dimostra che un compromesso esiste e passa anche dalle opportunità offerte dalle università. Davanti alla fatidica scelta, allora, una possibile soluzione è informarsi non solo sui corsi di studio, ma anche sulle attività che l’ateneo mette a disposizione. Verificare che, anche scegliendo un percorso più “sicuro”, esistano spazi in cui coltivare le proprie inclinazioni.
Forse è proprio questo il punto: non separare ciò che “serve” da ciò che appassiona, ma trovare un modo per farli convivere all’interno dello stesso percorso. In medio stat virtus.

